VERO O VEROSIMILE? Riflessioni, parte 2

VERO O VEROSIMILE? Riflessioni, parte 2

SECONDA PARTE

Puoi leggere la prima parte cliccando QUI

I mercanti d’arte dovrebbero, in qualche modo, essere garanti e sostenere un mercato trasparente e senza trasversalismi poco chiari che disorientano sia gli operatori seri sia chi acquista opere d’arte.

Lionello Venturi ha capito molto prima che il fenomeno esplodesse a che cosa si andava incontro, ed eccomi qua a parlare di un fenomeno che dire diffuso è sicuramente poco: i falsi.

Ennio Morlotti è uno degli artisti più colpiti, ma stranamente, mi confidava, discorrendo del problema, di non essere particolarmente sofferente per questo. Mi diceva, dopo averne visto qualcuno, che era colpito dalla loro verosimiglianza, quasi impossibilitato nel riconoscere il plagio.

Più sofferente del problema era Renato Guttuso, il quale si arrabbiava della pessima qualità delle opere false che erano vendute nel mercato ufficiale, quindi facilmente riconoscibili come falsi e venduti come autentici con tanto di certificati rilasciati da personaggi strani a dir poco. Mi confidava che tuttavia sotto sotto era soddisfatto perché qualcuno mangiava con il suo nome.

Vi racconto cosa accadeva nel lontano passato.

Vero o verosimile

Un signore vissuto a cavallo tra periodo classico ed ellenistico, di nome Ximon di Xleonai, studioso di problemi di geometria descrittiva, sostenitore dell’asintoto come elemento fondamentale nella prospettiva geometrica, raccontava come nelle colonie dell’Asia Minore, dove operavano artisti di grandi capacità, vi era un mercato molto diffuso di sculture, dirette verso il mondo etrusco e successivamente romano. La novità stava nel fatto che tali opere prendevano la paternità di scultori importanti per tutta la storia dell’arte, come Prassitele e Fidia e anche Mirone in modo particolare; è vero che la paternità è dubbia o non corrisponde al vero, ma è vero anche che si tratta di opere di altissimo livello.

Vitruvio nel trattato “De Scultura”, parla ampiamente di questo fiorente commercio tra colonie greche dell’Asia Minore e la Roma imperiale, si intrattiene anche sul mercato avvenuto nel lontano passato con gli etruschi. Ci informa anche sul trasferimento di artisti mirabili in Etruria, scultori e pittori che hanno lasciato meravigliosi dipinti nelle tombe e sarcofagi scolpiti in marmi pregiati e ricchi di storia.

Noi sappiamo che tali opere sono ora nei musei di tutto il mondo e dopo un largo giro sono finite negli stessi musei greci. Questo si studia nei primi anni del liceo, tutti lo sanno e nessuno si scandalizza. Ma c’è una ragione per questo: queste opere, a prescindere dalla paternità attribuita ma non reale, sono capolavori assoluti. Il Discobolo di Mirone che noi tutti conosciamo, è una copia, per giunta piena di errori di antropometria che, probabilmente, nell’originale non esistevano. Nessuno si prende pena per questo in quanto senza di esse, essendo opere assolutamente verosimili, non avremmo testimonianza delle opere reali dei grandi maestri dai quali i presunti falsari avevano preso i modelli.

Arriva il Medioevo che con tutti i suoi difetti e pregi ci prepara ai tempi moderni. La scultura lascia il posto alla pittura, essa diventa il verbo fatto d’immagini del cristianesimo, ma arriva anche l’iconoclastia con le grandi discussioni sull’arte dei padri della chiesa, per primo S. Agostino di Tagaste e via discorrendo.

Le discussioni sul valore delle immagini, potremmo affermare, che incentivano la loro diffusione e la quantità di pittori molto spesso improvvisati e “copioni”. Ancora non esisteva il mercato dell’arte e ancora, per dirla come il Venturi, non si mangiava con l’arte e quindi non vi erano conflitti di paternità o altro, tanto è che le opere erano prive di firma o riferimenti all’autore; molto spesso si arriva a riconoscere l’autore dell’opera attraverso documenti scritti.

Verso la fine del Medioevo hanno operato due pittori più o meno noti. Siamo nei primi anni del trecento e tra la moltitudine di pittori troviamo Andrea di Cione detto l’Orcagna e Buonamico di Martino Buffalmacco, il secondo di venti anni più vecchio e diventato un personaggio del Decamerone del Boccaccio, artista descritto dal Vasari tanto burlone quanto estroso ed originale nell’affresco. I due artisti hanno avuto modo di incrociarsi e il Venturi cerca con fatica di districare le vicende artistiche dei due pittori. In questi anni si diffondono molteplici ordini monastici con i loro refettori decorati con immagini di santi e storie di Cristo vincolati ancora ai modelli formali gotici, che Buffalmacco segue scrupolosamente, soprattutto nella regola dei tre cerchi applicata nella realizzazione dei volti.

Il 1301 è l’anno orribilis per la regione Toscana dove un terzo della sua popolazione è sterminata dalla peste e quindi il sentimento della morte è presente in ogni opera compiuta sia dai letterati che dai pittori. In questi anni viene costruito anche il Camposanto di Pisa nel complesso monumentale del Duomo e della Torre. L’opera pittorica più importante nel chiostro del Camposanto è “Il trionfo della morte” generalmente attribuito a Buffalmacco.

Buffalmacco, Trionfo della morte (part. Trionfo della morte)

Molti particolari dell’affresco fanno pensare al Buffalmacco, ma l’insieme conduce all’Orcagna, ma la cosa singolare la si trova nei carteggi della curia pisana, dove si rende esplicita la volontà da parte dei due di giocare qualche burla a coloro che in futuro cercheranno di capire la verità.

Nonostante “questo pasticcio” l’opera del Camposanto è emblematica per avere una visione oggettiva e storica di questo periodo.

... puoi leggere la terza parte cliccando QUI

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Posted on 28/06/2016 by prof. Mario Carnaghi Home, Vero o verosimile? 0 768

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